Cinema e documentari

“La vita promessa, oh cara Italia: (ir)realtà della migrazione italo-americana

di MICHELA VALMORI

Il 16 settembre 2018 arriva in prima visione italiana la serie televisiva “La Vita Promessa”, per la regia di Ricky Tognazzi e Simona Izzo, la sceneggiatura di Laura Toscano e Franco Marotta e la produzione di Picomedia. La serie viene proposta in prima serata e il pubblico italiano assiste alla storia di una famiglia siciliana che, all’inizio del secolo scorso, tenta la fortuna emigrando negli Stati Uniti. Il titolo della mini-serie (composta da quattro episodi la prima stagione e tre la seconda, uscita nel 2020) gioca con la solita definizione di “terra promessa,” “the promised land”, che i migranti italo-americani auspicavano di trovare al di là dell’Oceano; quella terra in cui, come si usava pensare, le strade erano lastricate d’oro.

La prima serie è ambientata nel 1921, qualche anno prima del Quota Law (1924) che vedrà un cospicuo ridimensionamento nel numero degli italiani che hanno accesso all’America del Nord. Carmela Carrizzo, aka, Luisa Ranieri, è una madre di famiglia che, dopo esser rimasta vedova per mano di un boss della malavita locale, decide di donare ai figli la speranza di una vita nuova, una vita promessa. È per questo che parte alla volta dell’America e, pur tra mille difficoltà, arriva ad Ellis Island dove in seguito alla registrazione della famiglia come “immigrant alien” vedrà il suo cognome subire la consueta storpiatura e diventare, da quel momento in poi, Rizzo.

La famiglia Rizzo, a stampo matriarcale, interamente centrata sulla figura di Donna Carmela, si stabilisce nel quartiere newyorchese di Little Italy in cerca di riscatto, e qui inseguirà il sogno di una vita migliore, in una terra già dominata dal proibizionismo e dalla crisi economica. Non sempre gli eventi sembreranno ripagare il sacrificio di chi si sradica dalla propria terra alla ricerca della felicità; tuttavia, più prospera parrebbe essere la vita dei Rizzo nel Nuovo Mondo. Qui, con duro lavoro e tanto sudore profuso, riescono a risparmiare qualche soldo per il pranzo delle feste, a comprare un abito di seconda mano per il matrimonio del figlio, ad aprire un ristorante italiano, e infine, ad affittare un intero locale per la comunione della nipote.

Non mancheranno lutti e disperazione, la morte di un figlio che aderisce ai moti anarchici, il matrimonio per procura, l’immagine del boss siciliano trapiantato, e l’adesione dell’altro figlio alle attività illecite di contrabbando; quest’ultimo però alla fine si ravvedrà e morirà nel tentativo di salvare la propria famiglia.

Gli ingredienti del melodramma, unitamente ai tratti caratteristici e agli stereotipi generati attorno all’identità del migrante italo americano ci sono tutti. Parrebbe un dèja vu, se non fosse però che, in Italia, il tema della migrazione italo americana non ha quasi mai trovato precedente espressione cinematografica. Pur nel suo modo semplicistico di raccontare una delle pagine più complicate quanto neglette della storia italiana, la serie televisiva “La Vita Promessa” propone al pubblico italiano la vicenda complessa dei quasi cinque milioni di immigrati italiani che, a partire dal 1870 circa al 1924, hanno lasciato il Bel Paese alla ricerca di una vita migliore: ne fa conoscere la criticità sociale, ne fa apprezzare il coraggio e permette di empatizzare con il disagio di chi si sentiva giudicato come diverso, alieno, olive-skinned, amante del pugnale, violento e disonesto.

Molto di più: “La Vita Promessa” compie l’operazione moderna e un po’ anacronistica di creare un’eroina italo-americana donna, madre, matriarca, e di renderla motore dell’intera vicenda. Donna Carmela guida la migrazione della famiglia, trova lavoro nel Nuovo Mondo, prende decisioni, sposa i figli per procura, rigetta fisicamente l’uomo che la vuole possedere, e combatte la malavita con la sua determinazione. Sarebbe successo veramente nella Little Italy 1921? Forse no. La famiglia migrante italo-americana era generalmente patriarcale, e laddove non vi era la presenza paterna erano i figli maschi a prendere le redini. Le donne di consueto non lavoravano fuori dalle pareti domestiche e difficilmente riuscivano e fuggire i tanti tentativi di violenza.

Il racconto di “La Vita Promessa” offre dunque una rivisitazione in chiave di genere di una pagina molto trascurata della nostra storia nazionale. È un prodotto realista ma ovviamente romanzato, che ha portato nelle case di tutti temi sociali molto importanti, come l’emigrazione e il gender e che ci induce oggi come ieri necessariamente a riflettere sul concetto di “diverso”, perchè alla fine del giorno, parafrasando il cantante italo-tunisino Ghali, “diverso da chi?”:

Mi dice lo sapevo, ma io non ci credo, mica sono scemo

C′è chi ha la mente chiusa ed è rimasto indietro, come al Medioevo

Il giornale ne abusa, parla dello straniero come fosse un alieno

Senza passaporto, in cerca di dinero

[…]

Oh eh oh, quando mi dicon’: “Vai a casa”

Oh eh oh, rispondo: “Sono già qua!”

Cara Italia – Ghali

In copertina: illustrazione di GIULIA POLIDORO

Puoi leggere l’articolo in inglese cliccando qui

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